Lettera a un Cliente mai grato - (Sfogo gratuito)
Scritto da Sokak | Ottobre 27, 2007
A quel gentile Cliente x, o Clientessa, Quello che si prende sempre la briga di borbottare alle tue spalle comprensibilissime parole poco gentili quando, stracarico come un mulo di confezioni di merce varia, non le scagli al suolo per accorrere in Sua adorazione e a Servirlo in ogni Sua irragionevole richiesta.
CAro Client*,
sono io, sono un commesso, sono “quello scansafatiche mangiapane a tradimento”, che mi sembra un espressione migliore di “brutta testa di cazzo” che Hai sibilato pocanzi alle mie spalle.
Scusami, o Latore di denaro sonante, Tu che sei il pane che mangio e i vestiti che metto, se ho avuto l’ardire di dirTi, così informalmente “Mi scusi un attimo”, per finire un una decina di secondi scarsi quello che stavo facendo, causando la Tua ira funesta.
FacendoTi imbestialire, e facendomi punire con dure parole.
Scusa se nel mezzo del mio misero lavoro, così inutile e mortificante, mi sono spinto al punto di trascurarTi per così tanti secondi.
Scusa se io metto con cura a posto tutte le merci che tu frugherai come un maiale lasciando tutto in disordine. Scusa se perdo tempo a raschiare con un cutter la gomma da masticare che il tuo figlio viziato ha sputato sul nostro pavimento. Scusa se perdo tempo correndo quà e là a cambiare decine di prezzi ogni giorno, scemo che sono a girare a vuoto con quei fogliettini tra le mani, tanto non li leggerai mai, e puntualmente ti lamenterai per un prezzo errato che non lo è.
Scusa se lavo in terra tutti i flaconi di detergente che fai cadere per terra spaccandoli, o quelli che sviti per annusare e poi riponi a banco senza riavvitare i tappi. Con le ovvie conseguenze.
Scusa se perdo tempo a girovagare per gli scaffali, a recuperare i tuoi preziosissimi appunti accartocciati e gettati per ogni dove, le merci che decidi di non acquistare più e semini ovunque, che abbiano bisogno di essere costantemente refrigerate o meno, anzichè di essere nascoste dietro alle polveri per lavatrice.
Le carte delle tue caramelle, i tuoi fazzoletti usati.
Se corro a pesare le merci che hai ficcato nel carrello senza sacchetto, e che goccioleranno per ogni dove. Se corro a pulire dove ha annusato e leccato il tuo cane, che non potrebbe entrare ma che fai passare al minimo attimo di nostra distrazione.
Se da sette lunghi anni rispondo sempre alla solita domanda sulle date di consegna della merce, che saranno sempre e solo quei due pomeriggi.
Alla posizione di quelle merci, quelle stesse merci che dallo stesso numero di anni non hanno mai cambiato posizione.
Scusa se ti chiedo qualche decina di centesimi, e ogni volta che oso tanto, devo sorbirmi la solita manfrina sulla moneta che è inutile, che non serve a niente, che non vale niente.
E dopo il tuo no deciso, ogni volta la solita lagna sulla troppa moneta nel resto, borbottii, minacce rivolte al nulla.
E ogni volta fai scivolare quella stessa moneta in borselli talmente pieni da sembrare la zavorra dello Zeppelin. (ma guai! Ah, che tragedia se dal resto manca solo un centesimo!)
Scusa se perdo decine di minuti a spiegare come si cucina un certo tipo di pesce surgelato, te lo metto nel sacchetto, te lo peso, e non lo vuoi più. Dovevo immaginarlo.
Scusa se quando hai troppa roba, te la porto fino in macchina (questo fa arrabbiare i tuoi simili sai?).
Scusa se ti faccio pagare la borsa che inquina (e che ha casa hai in milioni di copie che prendi e butti. Ma portartene una che sia una dietro, no?)
Scusa se non riesco a spiegarti chiaramente che differenza c’è tra una carta bancomat e una carta di credito. E quindi non capisci che noi prendiamo solo i pagobancomat perché nonabbiamo attivo nessun altro circuito di credito a terminale. E il logo pago bancomat è difficile da ricordare, contiene parole.
Scusa se impiego del tempo a correre da una corsia all’altra del supermercato, per accorrere alle tue orribili strida, sovente mollando un lavoro o più d’uno a metà, e prendendo pure una lavata di capo per questo.
Scusa se ti sorrido sempre, ti saluto quando entri, e pure quando esci, cercando sempre di manenere un sorriso e la mia gentilezza “di ruolo” anche quando non mi caghi o mi è morto qualcuno in casa, o quando sto male. Sono un essere inferiore io, ora ne sono conscio.
Anzi, no. Vaffanculo.
Ance se sono un commesso, anche se il mio mestiere è servire, anche se vesto un uniforme e ormai mi muovo come una macchina, io sono un essere umano. Ho le mie giornate no, e le mie emozioni. E sono pure rancoroso forte.
Ma forse, ho un briciolo di educazione in più di te, (o semplicemente mi tocca abbassare la testa al sistema) e sto zitto, e sorrido.
Ma, cordialmente, ti odio.
Ricordatevi che spesso i consumatori si lamentano dei modi bruschi di noi commessi.
Un motivo c’è.
Questo, a volte, mi fa persino passare sopra al fatto di essere un venditore di morte talvolta.
Topics: Violenza gratuita, Fuffosofia, Pensieri, Pillole, Pessimismo |
18 Novembre 2007 alle 21:06
Non sai quanto ti capisco, non sai…
Per fortuna che adesso ho cambiato mestiere, ma spero che anche tu un giorno possa trovare un lavoro migliore!
20 Novembre 2007 alle 00:26
Mah! Intanto, tiro la cinghia e pago la rata!
La cosa più dura è riprendere gli studi…
Già adesso mi manca pure il tempo per cagare…
Studiare serve, ok, con la terza media non posso pretendere di fare di più che il commesso o lo spazzino, però chissà…
Dovrei trasferirmi in città, ma sono un contadinotto trooppo pantofolaio per dar seguito a questa banfa.
20 Novembre 2007 alle 02:09
Mai dire “ma”….